Il nuovo gergo del Legislatore: dopo il fatturato l’edificio unifamiliare

uffici-3-min

Il nuovo gergo del Legislatore: dopo il fatturato l’edificio unifamiliare

Autore: Redazione Fiscal Focus

La recente approvazione del Decreto Rilancio rappresenta l’ennesima occasione persa, quantomeno in tema di semplificazione dell’ordinamento tributario. Sorvolando il merito delle singole disposizioni normative, anch’esse non immuni da critiche, nel recente decreto il Legislatore ha sfoggiato una serie di definizioni atecniche, non rilevabili in altri contesti dell’ordinamento giuridico né conseguenza dell’elaborazione giurisprudenziale. Una sorta di nuovo gergo, probabilmente più vicino alla lingua parlata, al registro colloquiale, meno alle esigenze interpretative di coloro che dovranno applicare le norme nel prossimo futuro.

L’enunciato giuridico, nella sua funzione di prescrivere un comando o regolare un comportamento, è un testo scritto muto, intriso di significato, ma che necessita dell’azione dell’interprete per prendere vita. L’interpretazione giuridica, in altri termini, agisce affinché il testo scritto acquisti significato ed assuma concreta attuazione. Ora, se la norma è costruita per descrivere una specifica fattispecie in ragione della quale possono derivare benefici fiscali ovvero malefici sanzionatori, l’azione del legislatore tesa a germinare enunciati dal non chiaro senso, perfino letterale, mina le necessarie condizioni di certezza del diritto, nonché l’efficacia stessa delle disposizioni approvate, anche delle più poderose.

Gli articoli 119 e 121 del Decreto Legge n. 34 del 2020 in materia di incentivi per l’efficientamento energetico, sisma bonus, fotovoltaico, sistemi di ricarica per veicoli elettrici e, più in generale, per il recupero edilizio ha rivoluzionato l’approccio dello stesso legislatore nei confronti delle detrazioni fiscali. La norma, oltre che introdurre significative maggiorazioni per specifiche tipologie di interventi, generalizza la possibilità per il contribuente di trasformare la detrazione fiscale in sconto sul corrispettivo ovvero in credito di imposta cedibile. La riforma ha indubbiamente il merito di ampliare la portata dell’agevolazione perché consente al contribuente di recuperare, parte o interamente, la spesa sostenuta anche nelle ipotesi in cui, per entità o natura del reddito, non vi sarebbe stata imposta sufficiente ad assorbire la detrazione; tuttavia, nella sua attuazione, non semplicemente tecnica, pone dei dubbi che di fatto rallentano l’entusiasmante attività preparatoria che privati, professionisti ed imprese stanno già ponendo in essere. Dubbi ai quali, ad oggi, non è possibile rispondere con assoluta certezza.

Il comma 10 dell’articolo 119 ne rappresenta un esempio. Per espressa disposizione normativa le nuove detrazioni in materia di eco-bonus, per intenderci quelle maggiorate al 110% disciplinate dai primi tre commi del predetto articolo, non si applicano agli interventi effettuati dalle persone fisiche, al di fuori di attività di impresa, arti e professioni, se realizzati su edifici unifamiliari diversi da quello adibito ad abitazione principale. A differenza del passato ove il riferimento era sempre stato alle unità immobiliari, ovvero alle parti comuni di esse, questa volta il legislatore utilizza una definizione ondivaga nel suo senso giuridico. Se non emergono dubbi in merito alla definizione di edificio, dovendosi intendere per tale, secondo le indicazioni dell’articolo 2 del D.Lgs. 192 del 2005, il sistema costituito dalle strutture edilizie esterne che delimitano uno spazio di volume definito, dalle strutture interne che ripartiscono detto volume e da tutti gli impianti e dispositivi tecnologici che si trovano stabilmente al suo interno, meno chiara è la sua concezione unifamigliare e la sua conseguente destinazione ad abitazione principale. Perché l’edificio, in quanto tale, può essere composto da uno o più unità abitative, una o tutte destinate all’abitazione della famiglia.

In particolare non si comprende se il legislatore, nel rilasciare l’infelice definizione in commento, abbia voluto intendere per edificio unifamiliare quello composto, anche da più unità abitative, ma tutte occupate dalla medesima famiglia, come spesso accade, ovvero l’edificio composto da un’unica unità abitativa, essa sola destinata ad abitazione principale.

Si prenda l’esempio di una villetta bifamiliare di cui una unità è occupata dai genitori e l’altra dalla figlia ed il corrispettivo coniuge. È indubbio che si tratti di un edificio e che vi sia una destinazione abitativa a titolo principale per entrambe le abitazioni, meno se il richiamo alla destinazione unifamiliare dello stesso si riferisce all’esistenza di una sola unità abitativa ovvero alla necessità che entrambe le unità, comunque riconducibili alla famiglia quale primario gruppo sociale, siano destinate ad abitazione principale.

A parere di chi scrive, secondo un’interpretazione sistematica, per edificio unifamiliare deve intendersi quello composto da una singola unità abitativa principale ed una o più pertinenze della stessa. Questo non solo per il senso delle parole racchiuse nella formula testuale, del concetto di unitarietà espresso dal legislatore e per il rinvio implicito al nucleo familiare, ma in quanto ammettere una differente interpretazione significherebbe svuotare la disposizione normativa del suo significato. L’edificio composto da più unità, autonome e distinte, altro non è che una forma embrionale di edificio condominiale ed, in quanto tale, l’intervento sarebbe ammesso, indipendentemente dalla sua destinazione abitativa.

Secondo la stessa Amministrazione Finanziaria (Circolare n. 13/E del 2019), infatti, qualora un intero edificio sia posseduto da un unico proprietario e siano comunque in esso rinvenibili parti comuni a due o più unità immobiliari distintamente accatastate, detto soggetto ha diritto alla detrazione per le spese relative agli interventi realizzati sulle suddette parti comuni, come in un formale condominio.

Orbene, dallo sforzo posto in essere, e dalla conseguente alea che l’interpretazione di una disposizione normativa non chiara porta irrimediabilmente con sé, risulta evidente come il legislatore, ancora una volta, con una frequenza troppo elevata nel recente passato, abbia agito con una produzione legislativa inadeguata, più fonte di dubbi che di certezza.